L'ARCHIVIO DI OLTREILCARCERE

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martedì 6 gennaio 2009

Seimila detenuti liberi, con i lavori socialmente utili?

di Andrea Maria Candidi

Il Sole 24 Ore, 5 gennaio 2008

Le porte del carcere potrebbero aprirsi per 6mila detenuti, vale a dire uno su dieci. Tanti sono i condannati a una pena fino a due anni, presenti negli istituti penitenziari, ai quali teoricamente potrebbe applicarsi il regime della messa in prova ai lavori utili (con eventuale estinzione del reato), sul quale punta il Ministro della Giustizia per alleggerire le carceri. Numeri che naturalmente aumentano al crescere della pena limite ammessa: l’ipotesi originaria, va ricordato, era quella dell’applicazione del beneficio a chi è stato condannato per reati che prevedono pene fino a quattro anni di reclusione.

Va peraltro sottolineato che anche l’Europa punta sulle misure alternative alla detenzione quale via preferenziale per la riabilitazione dei condannati. Ma il cruccio della nostra Amministrazione Penitenziaria, più che il recupero dei detenuti, resta quello dell’inadeguatezza delle strutture. Alla vigilia del raggiungimento dei livelli del periodo pre-indulto (al 30 novembre eravamo a 58.500 detenuti presenti, in pratica 136 ogni 100 posti disponibili quando erano poco di più, 139, all’epoca dell’approvazione della legge sull’indulto), l’unica misura allo studio del Ministro della Giustizia che possa avere un’efficacia immediata sembra essere quella dell’introduzione della messa in prova per i condannati a una pena detentiva fino a due anni.

Che porterà al massimo una limitata boccata d’ossigeno alle patrie galere. Secondo i dati forniti dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, sono infatti poco più di 6mila al 30 novembre, in pratica il 10% del totale, i detenuti che rispondono ai requisiti per accedere al beneficio, condannati cioè a una pena fino a due anni.

Questo vuol dire che, senza gli altri interventi strutturali promessi dal Guardasigilli, in breve tempo ci ritroveremo al punto di partenza. Un risultato certamente diverso si otterrebbe se passasse l’idea originale del ministro prima citata. Entro il tetto dei quattro anni gli interessati sarebbero molti di più (circa 15mila, secondo le stime del Dap).

Tuttavia, al di là delle resistenze di ordine politico ad appoggiare tale scelta, su tutte quelle della Lega, la soluzione più "ampia" rischia di somigliare troppo a un indulto mascherato, in virtù proprio del grande numero di condannati che potrebbero lasciare il carcere con il limite a quattro anni.

In ogni caso, anche a volere immaginare oggi l’automatico accesso alla messa alla prova per tutti i condannati fino a due anni di pena (ma così non sarà, perché il regime di favore dovrebbe applicarsi solo a chi è alla prima condanna), già domani le presenze nelle strutture della Penisola supererebbero le 52rnila unità. Ben al di là della capienza regolamentare degli istituti penitenziari, stabilita in 42.951 detenuti.

L’approvazione del piano "carceri leggere" diventa quindi imprescindibile. L’obiettivo è quello di costruire in pochi mesi prefabbricati da 200 celle singole in grado di "ospitare" un totale di 15mila detenuti non pericolosi e/o in attesa di giudizio.

A questo riguardo non deve sfuggire un altro dato che caratterizza gli istituti penitenziari nostrani. Al 30 novembre scorso, la popolazione carceraria mostrava già una netta prevalenza dei detenuti in attesa di giudizio rispetto ai condannati in via definitiva: 32.547 contro 25.953 (cioè 55 su 100 presenti). Sottrarre il numero di condannati definitivi fino a una determinata pena farebbe lievitare ancora di più la differenza, trasformando sempre più le carceri italiane in una sorta di area di servizio processuale, un "parcheggio" per imputati - nella maggior parte dei casi, peraltro, stranieri - in attesa della chiusura della propria vicenda giudiziaria.