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venerdì 30 maggio 2008

Giustizia/Carcere: più polizia, più carceri, più Cpt… ecco la "ricetta"!

di Enzo Mangini

Carta, 30 maggio 2008

Il capo della polizia Antonio Manganelli e il direttore del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria in audizione alla Commissione Riunita Affari Costituzionali e Giustizia del Senato presentano i loro dati, concentrati sul ruolo della "criminalità straniera".

È stata una mattinata intensa alla Commissione Riunita Affari Costituzionali e Giustizia del Senato. La prima da quando si è insediato il nuovo parlamento. I senatori hanno ascoltato le audizioni di Antonio Manganelli, da quasi un anno successore di Gianni De Gennaro al vertice della polizia, e di Ettore Ferrara, direttore del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, che gestisce tutte le prigioni italiane. L’analisi della situazione dei due alti funzionari pubblici è quasi la stessa e si concentra soprattutto sul ruolo dei migranti.

Manganelli ha detto che "è opportuno aumentare il numero dei Centri di Permanenza Temporanea [Cpt]", perché, secondo il capo della polizia, il numero di espulsioni effettivamente eseguite nel 2007 [circa 2.400] è dovuto al fatto che i posti nei Cpt sono pochi. Il capo della polizia ha detto che lo scorso anno sono stati notificati 10.500 provvedimenti di espulsione, ma nella stragrande maggioranza dei casi non hanno seguito, perché senza i Cpt i provvedimenti vengono semplicemente ignorati.

Un’analisi che farà molto contento il ministro dell’interno Roberto Maroni che qualche giorno fa ha proposto una sorta di "federalismo" della sicurezza, con la costruzione di un Cpt in ogni regione. I Cpt in funzione oggi sono dieci, e quindi Maroni prevede di raddoppiarli, anche usando caserme dismesse.

Di questo starebbe già parlando con il ministro della difesa Ignazio La Russa. Manganelli ha anche criticato l’applicazione delle norme sulle richieste di asilo politico. Non perché, come ha segnalato più volte l’Ue e come ha ricordato nel nuovo rapporto Amnesty International, l’Italia manchi di una legge ad hoc sui rifugiati, ma perché, secondo il capo della polizia "bisogna scongiurare un uso strumentale di queste richieste".

Il fatto è, ha spiegato Manganelli, che nei centri per i richiedenti asilo, i Cara, "si può uscire di giorno per rientrare di sera, e quindi qualcuno non rientra affatto". Non una parola, stando ai resoconti delle agenzie di stampa, sul fatto che le procedure per il riconoscimento dello status di rifugiato politico arrivano a durare anche più di un anno, durante il quale le persone vivono in un limbo giuridico, esposte allo sfruttamento e senza la possibilità di cercarsi un lavoro.

Manganelli ha proseguito la sua audizione alla commissione affari costituzionali attaccando "l’indulto quotidiano" che avverrebbe in Italia a causa della "mancanza vergognosa di certezza della pena". Colpa, secondo il capo della polizia, delle leggi che rendono molto difficile perseguire i reati, che al 30 per cento sono commessi da stranieri. La risposta, quindi, sono più Cpt e procedure più certe e più snelle per le espulsioni.

Dopo Manganelli è toccato a Ettore Ferrara, direttore del Dap. Anche il suo intervento si è concentrato sull’ "allarmante" ritmo di crescita della popolazione carceraria e in particolare dei detenuti stranieri, che oggi sono 20.123 su un totale di 53.700 reclusi. I dati forniti da Ferrara indicano che il 70 per cento dei detenuti stranieri proviene da otto paesi: Romania, Albania, Marocco, Algeria, Nigeria ed ex Jugoslavia. Secondo Ferrara, l’effetto dell’indulto si già esaurito da tempo e ci si sta rapidamente avvicinando alla soglia dei 62 mila detenuti [a fronte di una capienza teorica di 43 mila] che nel luglio del 2006 convinse il parlamento ad approvare l’indulto.

Ferrara, al contrario, chiede che siano costruite nuove carceri, anche perché di quelle esistenti solo il 20 per cento è stato costruito negli ultimi cento anni e un 20 per cento addirittura prima del 1600. Il 50 per cento dei 94 mila nuovi entrati nel 2007 è rimasto in cella meno di un mese. Il che rimanda alla questione principale: la metà dei detenuti italiani non è condannata in via definitiva ma in attesa giudizio, percentuale che sale fino a due terzi nel caso di detenuti stranieri. Ma questo nessuno dei senatori della Commissione lo ha chiesto.