L'ARCHIVIO DI OLTREILCARCERE

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venerdì 25 gennaio 2008

Il Manifesto

Governo Prodi, dall'indulto all'emergenza sicurezza
di Angelo Mastrandrea
25 gennaio 2007

Dall’indulto all’emergenza sicurezza, parabola di un governo che sul piano sociale è partito bene ma è finito peggio. La base di Vicenza, i Cpt, le droghe e i diritti civili: cronaca di un fallimento.
Si potrebbe racchiudere in due immagini la parabola del governo Prodi. La prima immortala Montecitorio che applaude l’indulto, la seconda si sofferma sul volto mite di un uomo con barba fluente e occhiali spessi. Dal giorno dell’approvazione bipartisan del provvedimento di clemenza alla morte in carcere di Aldo Bianzino sono passati un anno e tre mesi. Tanto è durata l’illusione che forse, se non un altro mondo, almeno un’altra politica fosse possibile.
Quella che il popolo di sinistra reduce da cinque anni di berlusconismo e i movimenti alter-mondialisti chiedevano al centrosinistra di nuovo al governo: l’abrogazione delle leggi della destra, un rapporto con le comunità locali ispirato alla partecipazione, una frenata sulle privatizzazioni e viceversa un’accelerazione sul fronte dei diritti civili, il no alla guerra.
La tragica fine di Bianzino nel penitenziario di Perugia diventa invece emblematica dell’involuzione di un governo che ben presto aveva visto incrinarsi il rapporto con una fetta del suo popolo. Non sono tanto l’atroce sospetto che sia stato ucciso in carcere e nemmeno il comportamento reticente delle autorità carcerarie a svelarlo, quanto il fatto che se si fosse messa mano a una delle leggi più autoritarie della destra, la Fini-Giovanardi sulle droghe, Bianzino in carcere non ci sarebbe mai finito.
Di lì a poco l’associazione Antigone rivelerà: "L’effetto dell’indulto è svanito, le carceri sono di nuovo piene". E il governo che si era presentato con un atto di garantismo comincia la sua parabola discendente facendo della sicurezza una bandiera da sventolare in pubblico. Qualche giorno dopo l’omicidio nella capitale di Giovanna Reggiani, uccisa da un immigrato romeno, il leader del Pd Walter Veltroni preme per far convocare un consiglio dei ministri d’urgenza e varare un decreto legge "anti-rumeni".
Prima ancora si era scatenata una furibonda caccia al "lavavetri" immigrato ed era arrivato il giro di vite del ministro dell’Interno Giuliano Amato sugli ultras, cui seguiranno la morte di un giovane tifoso laziale, Gabriele Sandri, ucciso da un poliziotto su un autogrill, e una notte di scontri da Milano a Roma.
Un clima di turbolenza sociale, quello degli ultimi mesi, che si arricchirà della guerra dei rifiuti in Campania. Ma questa è storia delle ultime settimane. All’indomani della sua investitura, il 17 maggio del 2006, il governo Prodi si era presentato con un atto di grande effetto, sia pur previsto: il ritiro delle truppe dall’Iraq.
Era quello che chiedevano i movimenti pacifisti e per cui il 15 febbraio del 2003 erano scese in piazza a Roma tre milioni di persone. Nel frattempo, sull’onda dell’entusiasmo il ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scarno assicurava che il Ponte sullo Stretto era definitivamente abortito e quello della Solidarietà sociale Paolo Ferrero preparava la riforma delle leggi su immigrazione e droghe, nonché un piano per far fronte all’emergenza abitativa.
I risultati saranno magri: sul fronte casa si riuscirà con difficoltà a rinnovare il blocco degli sfratti, su quello dell’immigrazione la legge invece arriverà ma difficilmente riuscirà a concludere il suo iter parlamentare, su quello delle droghe Livia Turco proverà a raddoppiare le "soglie" previste dalla legge Fini ma incorrerà nel vero del Tar.
Viene nominata una commissione sui Cpt guidata dall’ex ambasciatore Onu Staffian de Mistura. La parola d’ordine è "superarli", il risultato è che tre di questi chiuderanno, mentre gli altri continueranno a funzionare regolarmente. Nel frattempo, le code alle poste per le regolarizzazioni vengono sostituite da analoghi ingorghi telematici, che hanno quanto meno il merito di essere meno faticosi.
I pochi successi arrivano sul fronte dei beni comuni, dove i movimenti ottengono una moratoria delle privatizzazioni dei servizi idrici e, di fatto, finiscono in un cassetto la Tav e il Ponte sullo Stretto. E su quello della cooperazione, dove Prodi è costretto a reintrodurre il Fondo per la lotta all’Aids tagliato da Padoa Schioppa e il consiglio dei ministri partorisce una riforma. L’unica legge della destra che viene interamente riscritta è quella Moratti sulla scuola, sostituita dalla riforma Fioroni.
Un altro successo di grande impatto simbolico riguarda infine la moratoria Onu sulla pena di morte. La liason con i movimenti comincia però a incrinarsi proprio sul fronte della politica internazionale. Inizialmente, in pochi si accorgono del progetto di costruzione di una mega base Usa a licenza. Si tratta di una bomba a orologeria che esploderà in autunno, culminerà in una grande manifestazione con i partiti della sinistra radicale e nel febbraio 2007 provocherà la prima crisi di governo.
Ma Prodi non cede e assicura: "La base si farà". Lo stesso premier già a luglio 2006 aveva sudato freddo sul rifinanziamento della missione in Afghanistan. Era stato in particolare il Prc a entrare in fibrillazione, e con esso i movimenti, spaccati in "governisti" e "anti-governisti". Alla fine arriverà il sì in nome della "riduzione del danno", che si sostanzia nella promessa di una conferenza internazionale di cui si è persa traccia.
Non va diversamente sul fronte del lavoro e dei diritti civili, il 4 novembre 2006 una grande manifestazione chiede di cancellare la legge 30 e il precariato, il 20 ottobre 2007 si scenderà in piazza per ribadirlo. Inutilmente. Il governo Prodi vede anche sfilare il più imponente Gay Pride dal Giubileo del 2000. In ballo c’è la legge sulle unioni di fatto, i cosiddetti Dico, poi trasformati in Cus e impantanati al Senato, e la laicità dello stato insidiata dalle ingerenze vaticane e dal Family Day. Ancora una volta inutilmente. Nel frattempo il caso Welby riaccende il dibattito su eutanasia e testamento biologico. Ancora una volta inutilmente. E fra qualche giorno scadranno le linee guida della legge sulla fecondazione, dove il Tar è arrivato prima del ministro Turco. Chi le rinnoverà