L'ARCHIVIO DI OLTREILCARCERE

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venerdì 25 gennaio 2008

GARANTE DEI DIRITTI DEI DETENUTI

Spadaccia; aumenta repressione, in carcere e fuori
Garante diritti detenuti di Roma, 25 gennaio 2008

Intervento del Garante comunale al convegno della Camera penale di Roma sulla crisi della giustizia: "Orientamenti repressivi nell’esecuzione della pena e nelle misure alternative al carcere".
Il Garante delle persone private della libertà, Gianfranco Spadaccia è stato invitato ad intervenire al convegno della Camera penale di Roma, il 23 gennaio, sulla crisi della giustizia nella sezione dedicata alla esecuzione della pena e alle misure alternative, nella quale sono intervenuti il vice capo del Dap Luigi Di Somma, il direttore di Rebibbia Nuovo Complesso Carmelo Cantone e il giudice di sorveglianza Paolo Canevelli.
Questo è il testo dell’intervento: "Caro Presidente Caiazza, cari amici della Camera Penale,purtroppo un contemporaneo incontro a Firenze con gli altri garanti comunali e i garanti regionali, fissato da tempo, mi impedisce di essere tra voi.
Me ne dispiace perché le questioni relative all’esecuzione della pena non sono questioni secondarie ma centrali non solo al fine della attuazione dell’art. 27 della Costituzione ma anche per assicurare la stessa funzionalità ed efficacia del sistema penale. Mi sarebbe perciò interessato confrontarmi su di esse con voi e con coloro che sono quotidianamente i miei interlocutori: i rappresentanti della amministrazione penitenziaria e i giudici di sorveglianza.
Da anni ormai si ripete che il sistema penale non si può affidare solo al carcere e che, sull’esempio degli altri paesi europei, è necessario ricorrere in misura molto maggiore di quanto attualmente avviene a misure penali alternative. Da anni ormai le statistiche del DAP ci confermano che la recidività di coloro che tornano alla libertà dopo aver scontato una parte della pena in misura alternativa è di almeno tre volte inferiore alla recidività di coloro che escono direttamente dal carcere. Tutti riconoscono che l’affidamento in comunità, l’affidamento ai servizi sociali, il lavoro esterno, la semilibertà, la libertà condizionale consentono alle persone sottoposte a pene di ricostituire un tessuto di rapporti sociali e di relazioni affettive oltre alla possibilità di trovare occasioni di lavoro.
Nonostante questo, le pene alternative in Italia sono in media un terzo di quelle a cui si fa ricorso negli altri paesi europei, dove quasi ovunque superano nettamente le pene detentive mentre da noi il rapporto fra le une e le altre è rovesciato. E la tendenza che ormai da tempo si sta sempre di più affermando è quella di restringerne ulteriormente il ricorso anziché ampliarlo.
Ha cominciato il legislatore, rinviando in continuazione di governo in governo e di legislatura quella riforma del Codice penale alla quale lo stesso parlamento aveva affidato il compito di riconsiderare la gerarchia dei beni penalmente tutelabili in armonia con i mutamenti sociali intervenuti dall’epoca in cui fu varato il codice Rocco e di riconsiderare il sistema delle pene, facendo ricorso per tutta una serie di reati a strumenti diversi dal carcere. In mancanza di questa riforma, lo stesso legislatore continua ad affidarsi, sull’onda di campagne mediatiche, a interventi di emergenza che contribuiscono di volta in volta a scardinare ulteriormente il sistema penale e, in nome di una male intesa esigenza di sicurezza, finiscono per irrigidire e limitare il ricorso alle pene alternative in contrasto con i criteri ispiratori cui dovrebbe attenersi il nuovo codice penale. Non solo: il combinato disposto dell’incrudimento delle misure detentive (alta sicurezza e 41 bis) e dell’esclusione di qualsiasi possibilità di beneficio futuro sta creando una categoria di veri e propri "sepolti vivi" per i quali l’espressione "fine pena mai" va presa alla lettera.
Questa tendenza restrittiva condiziona ed ispira molto spesso le interpretazioni dei giudici della sorveglianza che sono anche i giudici dell’esecuzione della pena e finisce per ripercuotersi finanche nel trattamento dei detenuti in carcere. Si direbbe che, a causa delle accanite polemiche politiche e di stampa che si verificano ogni volta che un detenuto approfitta di un permesso o di una misura alternativa per tornare a delinquere, molte decisioni e comportamenti ai diversi livelli siano dettati essenzialmente dalla paura di sbagliare, dalla paura di rischiare nel mettere alla prova le possibilità di cambiamento e di positivo reinserimento del detenuto nella vita sociale e produttiva. È evidente che non c’è e non ci può essere nessuna garanzia preventiva che questo non accada e almeno fino a quando esisteranno - ancorché limitate - le misure alternative, alla cui valutazione e concessione si riduce ormai la funzione del giudice di sorveglianza, essendo praticamente scomparsa la originaria funzione di garanzia, questo rischio, il cosiddetto rischio di sbagliare, non può essere eliminato. È insito per così dire nella funzione. In definitiva, piaccia o non piaccia, a far fede della bontà o non bontà delle misure alternative e delle decisioni dei giudici di sorveglianza, alla fine - adempiuti nella maniera anche la più rigorosa gli accertamenti giurisdizionali - saranno solo le statistiche e le percentuali delle violazioni, le quali sono rimaste sempre costantemente assai contenute dal momento della approvazione della legge Gozzini. E non si può ogni volta, per i pochi che violano, dimenticare o mettere a rischio il buon esito che le misure alternative hanno per la grande maggioranza dei detenuti che ne beneficiano.
A questa tendenza generale, che è difficile negare, si aggiunge l’orientamento di alcuni - fortunatamente una minoranza - che introducono categorie interpretative francamente inaccettabili della nozione di ravvedimento o mostrano un particolare accanimento nei vincoli imposti a chi viene sottoposto a pene alternative. Non si contesta qui la giusta esigenza di far comprendere a chi ne beneficia che la misura alternativa è una mutazione e non una fuoruscita dalla pena, è un cammino verso la libertà e non una anticipazione della libertà. Ma non si comprende perché si debba arrivare a volte, come è accaduto recentemente, a far morire in carcere un malato terminale, le cui condizioni erano state dichiarate dalla medicina penitenziaria incompatibili con la detenzione, perché malati di aids in stadio avanzato non debbano essere affidati a comunità fra l’altro per lo Stato molto meno costose del carcere, o perché, fatte salve tutte le necessarie procedure di autorizzazione e di controllo da parte della polizia, si debbano porre limiti eccessivi che sono di ostacolo alla realizzazione degli obiettivi a cui la misura alternativa dovrebbe tendere: la ricerca del lavoro, il reinserimento nel mondo produttivo e la ricostruzione di normali relazioni affettive e familiari.
Ora io credo che sia interesse di tutti, in primo luogo degli stessi giudici di sorveglianza e dei responsabili del trattamento in carcere, il massimo di trasparenza, di pubblicità, di confronto e di dibattito sulle decisioni che vengono prese e sugli orientamenti che le ispirano, il massimo di controllo pubblico sugli effetti e gli esiti delle misure alternative, con una serie statistica anno per anno per ciascuna di esse, a cominciare dai permessi premio, che sono il presupposto necessario per accedere alle altre misure. È il motivo per il quale ho chiesto al Comune di finanziarmi una ricerca di monitoraggio del trattamento in carcere e una ricerca (possibilmente di dottorato) sulla giurisprudenza dell’esecuzione della pena nella città di Roma. Se il Comune sarà disponibile, prenderò contatto con le cattedre di diritto penale e sottoporrò il progetto al presidente dell’Ufficio di sorveglianza e alla amministrazione penitenziaria, nei quali confido di trovare disponibilità e collaborazione.
E se su tutto questo riusciremo a gettare un costante e opportuno fascio di luce e di conoscenza, forse riusciremo anche a coinvolgere la società esterna e il mondo produttivo nella ricerca dei mezzi e nell’offerta di opportunità che devono accompagnare le misure alternative, dalla cui concessione rischiano altrimenti di essere esclusi un gran numero di detenuti meno fortunati ne privi di relazioni esterne. E naturalmente, cari amici della Camera Penale, conto anche sulla vostra sensibilità, sul vostro interesse e sul vostro aiuto.