L'ARCHIVIO DI OLTREILCARCERE

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lunedì 28 aprile 2008

Giustizia/Carcere- Sappe: serve maggiore ricorso a misure alternative


Il Velino, 28 aprile 2008

"Auspichiamo una svolta bipartisan di governo e Parlamento per una nuova politica della pena, necessaria e non più differibile, che ripensi organicamente il carcere e l’Istituzione penitenziaria, anche alla luce della sostanziale inefficacia degli effetti dell’indulto.
Destra, Sinistra e Centro concentrino sforzi comuni per varare una legislazione penitenziaria che preveda un maggiore ricorso alle misure alternative alla detenzione, l’adozione di procedure di controllo mediante strumenti elettronici o altri dispositivi tecnici (come il braccialetto elettronico) delineando per la Polizia Penitenziaria un nuovo impiego e un futuro operativo, al di là delle mura del carcere, parallelamente all’affermarsi del suo ruolo quale quello di vera e propria polizia dell’esecuzione penale, la costituzione di una direzione generale della Polizia penitenziaria nell’ambito del dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria".
È quanto chiede in una nota indirizzata agli oltre 950 parlamentari del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati la segreteria generale del sindacato autonomo Polizia penitenziaria Sappe, organizzazione più rappresentativa della categoria con 12 mila iscritti. La lettera, a firma del segretario generale Sappe Donato Capece, sottolinea come "la questione penitenziaria deve essere posta tra le priorità di intervento di governo e Parlamento, anche con il suo prezioso contributo.
Negli ultimi dieci anni c’è stata un’impennata dei detenuti stranieri nelle carceri italiane: oggi rappresentano il 40 per cento del totale dei detenuti che è arrivato a quota oltre 52 mila e quindi sarebbe opportuno prevedere la loro immediata espulsione dall’Italia per fargli scontare la pena nelle carceri del loro paese d’origine". Il Sappe evidenzia che ogni anno le celle delle 205 carceri italiane si aprono per 90 mila detenuti di cui, però, 88 mila escono nel giro di 12 mesi.
A questo turnover molto alto si aggiunge un periodo di permanenza in carcere assai breve: in cella, nella maggior parte dei casi, non si resta più di 90-120 giorni (il 62 per cento degli imputati fino a un mese, mentre circa il 31 per cento dei condannati da 6 a 12 mesi). Questo meccanismo di flusso viene definito "endemico" dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) e su di esso l’indulto, approvato più di un anno e mezzo fa da Parlamento, ha avuto una incidenza bassa.
"Il carcere dei nostri giorni - prosegue nella sua nota Capece - è diventato il luogo di raccolta delle espressioni del disagio sociale ed è quindi caratterizzato sempre più per la transitorietà delle permanenze e per la presenza di patologie, anche infettive, conseguenza di stili di vita inadeguati. E ciò si ripercuote principalmente sulle donne e gli uomini del Corpo di Polizia penitenziaria, che in palesi e gravi carenze di organico, svolgono questo duro e difficile lavoro 24 ore su 24.
Urgono interventi concreti in materia di esecuzione della pena, di assunzione di personale, di dotare finalmente il dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria di quella direzione generale assolutamente necessaria e che non più attendere oltre: la direzione generale del Corpo di Polizia penitenziaria, che ponga in capo a sé tutte le attività di competenza del Corpo oggi frammentate tra le varie articolazioni del Dap". Proprio perché quella della sicurezza è una priorità per chi ha incarichi di governo e legislativi, auspichiamo una larga intesa politica per una nuova politica della pena, necessaria e non più differibile".