L'ARCHIVIO DI OLTREILCARCERE

Dal 2007 al 2014 sono stati pubblicati più di 1300 documenti che hanno trattato argomenti riferiti al Servizio Sociale della Giustizia, agli Uffici per l'Esecuzione Penale Esterna, al Sistema dell'Esecuzione Penale Esterna attraverso solidarietaasmilano.blocspot.com

lunedì 4 gennaio 2010

SocialNews- Prvvedimenti inaspriti: le consegenze

SocialNews- Dicembre
Verrebbe ottimisticamente da dire che, da tempo, le carceri hanno cessato, almeno in Italia, di essere lo specchio o il termometro della civiltà del Paese. Ovvero, si potrebbe pensare che il clima culturale e le condizioni della nostra comunità nazionale siano assai migliori dello stato di degrado ed abbandono in cui versano 65.000 detenuti (al 30 settembre) e, per altro versante, decine di migliaia di operatori penitenziari. Certo, si potrebbe dire. Ma guardando all’imbarbarimento della vita pubblica e del dibattito politico, forse vale la pena tenere ancora in conto la massima illuminista. Oggi, il circuito degli istituti penitenziari è tornato a far notizia, a strappare qua e là il velo dell’informazione, a seguito, purtroppo, di frequenti e drammatici fatti di cronaca. Dietro i numeri ci sono storie e vite di cittadini, e il passaggio dai 39157 detenuti del gennaio 2007 alle cifre di oggi racconta di un’escalation destinata verisimilmente a superare le 70000 unità già nel primo semestre del prossimo anno. Nessun piano di edilizia carceraria predisposto dal Ministero di Grazia e Giustizia dispone dei tempi tecnici perché si possa intervenire concretamente su questa situazione. Né sembra politicamente praticabile la strada di un provvedimento clemenziale dopo l’orgia di strumentalità e polemiche intervenute a ridosso dell’ultimo indulto del 2006. Il quale, pur con le sue 27 cause di esclusione oggettiva, aveva riportato la popolazione detenuta sotto i termini della capienza regolamentare, attorno alle 43000 unità. Le cause di questa tendenza all’incremento progressivo della popolazione detenuta, come noto, non risiedono in analoga e parallela tendenza alla commissione di reati, ma è largamente imputabile alle scelte del legislatore.Sotto la spinta di una continua campagna mediatica sulla sicurezza dei cittadini, complici alcuni specifici fatti di cronaca, il Parlamento ha agito con un progressivo inasprimento del carico penale su numerose fattispecie di reato, con un costante aumento dei massimali di pena e restrizione del campo di esercizio dei benefici di legge, quando non con l’introduzione di nuovi reati (ad esempio sull’immigrazione).
L’efficacia reale di questa azione sugli obiettivi che dichiara di voler perseguire, per i dati oggi disponibili, è stata statisticamente assai poco rilevante. Ma cinque pacchetti sicurezza in tre anni, più altri provvedimenti specifici, danno bene l’idea dell’ampiezza dello spettro degli interventi. Guardando specificamente al risultato della lunga catena di montaggio politico-giudiziaria-securitaria, al contenuto delle carceri della Repubblica, cittadine e cittadini ristretti, risulta abbastanza evidente che la maggioranza di essi lo sono in relazione a due specifici testi unici: quello sull’immigrazione e quello sulle droghe, modificati in maniera significativa rispettivamente nel 2002 e nel 2006. Due testi normativi la cui incidenza nella prevenzione dei fenomeni cui si riferiscono è stata, nella migliore delle ipotesi, assai modesta. Addirittura, in parte, controproducente. Due testi normativi che hanno, però, avuto il sicuro effetto di sovraccaricare il circuito penale. Appare evidente che, a distanza di anni, bisognerebbe avere il coraggio di trarne un bilancio, con deciso cambio di rotta. Ma il dibattito sulla “riforma della giustizia”, che appare periodicamente con maggiore o minore urgenza e rilievo mediatico in una qualche relazione alle vicende processuali dell’attuale Presidente del Consiglio dei Ministri, svolge ben altri temi e si concentra prevalentemente sull’ordinamento giudiziario. E non vi è, a mio avviso, alcun elemento per pensare che volga ad una qualche diversa direzione. In concreto, ciò significa che la situazione nelle carceri va verso un progressivo aggravamento e che i fatti drammatici che le hanno riportate in evidenza sono purtroppo destinati a moltiplicarsi. Che il clima culturale degli ultimi anni sia molto distante dalle previsioni dell’Art. 27 della Carta costituzionale è un fatto incontestabile. Ciononostante, mi sembra ineludibile il fatto che, di fronte ad una riforma della giustizia di una qualche ampiezza, il tema di un provvedimento clemenziale di amnistia e indulto vada riproposto con forza, ricordando magari ai tribuni della “certezza della pena” che, a giudicare dalle carceri, per alcune categorie di cittadini italiani e stranieri la pena è, nei fatti, certissima, in stretta relazione con le condizioni economico sociali e l’effettiva possibilità di esercitare compiutamente il diritto alla difesa.
Daniele Farina